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Un pinguino domina l'algoritmo: così TikTok per una volta ci regala una lezione di vita

  • paceflaminia18
  • 24 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

La macchina del trend - quella che mastica tutto e restituisce intrattenimento - sembra che si sia inceppata e, nell’inceppo, ha prodotto qualcosa che somiglia a un insegnamento.



È successo con un video ritraente un pinguino che, invece di seguire la colonia verso il mare, si stacca e cammina nella direzione opposta, verso l’interno dell’Antartide, verso le montagne. Un gesto minimo, quasi ridicolo. Eppure irresistibile. Perché in quell’ostinazione - due passi, poi altri due, e nessuna ragione che possiamo addomesticare - molte persone hanno riconosciuto un’intera grammatica emotiva contemporanea: la stanchezza per le strade obbligate, il sospetto che l’“efficienza” non coincida con la felicità, la voglia di scegliere una traiettoria non conforme.


Che poi il filmato non nasca come “contenuto” ma come cinema è parte della beffa e forse della grazia. Il frammento viene da Encounters at the End of the World (2007), documentario di Werner Herzog: Antartide, vento, ghiaccio, una colonia di pinguini e — improvvisamente — uno che rompe lo schema. Si stacca. Non va dove vanno gli altri. Non va verso il mare, che per un pinguino è la sopravvivenza. Va verso l’interno. Verso le montagne. Verso ciò che, nel lessico degli esseri viventi, si chiamerebbe con ogni probabilità scelta sbagliata.


Poi TikTok ha fatto il miracolo minore che ogni tanto gli riesce: rendere virale per una volta una cosa seria non un video demenziale.

Quel pinguino diventa una figura morale, quasi un santo laico del nostro tempo stanco. È l’eretico della colonia. È quello che, con un passo goffo e ostinato, rifiuta la direzione più ovvia.


Perché il video va virale? Perché dentro quella camminata c’è un pensiero che nessuno osa dire ad alta voce: a volte scegliere la strada più tortuosa ti farà stare solo. E fa paura. Però è anche l’unico modo per arrivare, un giorno, con una storia che non assomiglia a tutte le altre. Le strade facili producono biografie fotocopia. Le strade difficili producono racconti: imperfetti, magari dolorosi, ma tuoi.

Il pinguino che sceglie di non andare verso gli altri pinguini ma verso la montagna ci colpisce perché mette in crisi la religione più praticata del nostro tempo: l’idea che la vita “giusta” sia la vita ben orientata, la vita efficiente, conforme, la vita che ottiene conferme. Il gruppo di pinguini rappresenta il consenso, è la normalità, è la trama sociale. La montagna invece è ciò che non serve, è l’antisociale per eccellenza per alcuni.


La montagna è invece il grande simbolo della verticalità, cioè di ciò che rompe la tirannia dell’orizzonte. L’orizzonte è la linea del mondo così com’è: i doveri, le aspettative, la sicurezza, l’appartenenza. La verticalità è l’atto di sottrarsi a quell’equilibrio. Salire significa accettare che il cammino non sia più una distribuzione comoda delle forze, ma un conflitto con tutto ciò che ne consegue: col fiato, col tempo, con la paura. Significa accettare l’idea che la strada più tortuosa sia, quasi per definizione, anche quella più solitaria. Perché ciò che è ripido non è democratico: non è per tutti, non è insieme, non è simultaneo.


Quel pinguino ci seduce perché rappresenta un’eresia contro l’etica della scorciatoia, che è l’etica della nostra epoca.La scorciatoia è la forma contemporanea della salvezza: saltare la parte noiosa  e difficile dell’esistenza e arrivare al risultato. Ma in quel salto si perde la cosa decisiva, cioè la trasformazione.


Su Instagram ho trovato spesso la foto del pinguino accompagnata da questa frase di Nietzsche: “non conosco scopo di vita migliore che perire nel tentativo di realizzare il grande e l’impossibile.” È l’idea che il valore di una vita non stia nel traguardo, bensì nella tensione che ti costringe a uscire dalla traiettoria comoda. “Perire” è ammettere che scegliere l’ambizione, scegliere la vetta, significa esporsi, perdere protezioni, pagare un prezzo. Vivere davvero, per lui, è accettare il rischio di diventare diversi dalla massa — diversi dal resto dei pinguini — per provare almeno una volta a vedere da vicino il grande e l’impossibile.


Perché ci commuove un destino che, nel suo contesto naturale, è probabilmente un errore?  (Il documentario faceva proprio notare nella sua originale esposizione che ci sono dei pinguini che a volte sbagliano la traiettoria rispetto a ciò che dovrebbero fare normalmente). Perché siamo stanchi di una cultura che ci chiede di essere sensati prima ancora di essere vivi. Perché la nostra epoca ha trasformato la vita in un progetto, e ogni progetto in una performance. Quel pinguino, invece non cerca approvazione.

Ci offre un’idea di libertà che ci manca: la libertà di scegliere una strada tortuosa sapendo che ti farà stare solo e accettando che la solitudine non è necessariamente fallimento, ma può essere incubazione. È nello stare fuori dal coro, per un tratto, che si costruisce una propria voce.


L’algoritmo, che vive di scorciatoie, si è innamorato di un’immagine che celebra l’assenza di scorciatoie. Come se, per un istante, la macchina avesse confessato di invidiare ciò che non può essere: una scelta. E la possibilità, rarissima, di avere alla fine non una vita più facile, ma una storia più bella.

 
 
 

2 commenti


Alessandra Monti
Alessandra Monti
24 gen

Bravissima!!

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Corrado Pace
Corrado Pace
24 gen

👏👏👏👏👏👏👏🥰

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