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L’Occidente del coraggio contro la liturgia del rancore: il "sole in tasca" di Daniele Capezzone

  • paceflaminia18
  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un’inquietudine feconda che attraversa le pagine dell’ultima fatica di Daniele Capezzone, un’opera che fin dal titolo, Trumpisti o muskisti, comunque «fascisti», si pone come un atto di ribellione intellettuale contro il conformismo asfittico della contemporaneità. Non siamo di fronte a una semplice esegesi dei leader che oggi incarnano la riscossa conservatrice nel globo; siamo, piuttosto, al cospetto di un manifesto anti-anti, un’offensiva ragionata contro quel tribunale permanente della sinistra che, smarrita ogni capacità propositiva, ha eletto la demonizzazione dell’avversario a unico orizzonte di senso.

Copertina del libro "Trumpisti o muskisti, comunque "fascisti" di Daniele Capezzone

Capezzone svela, con la lucidità di chi conosce i meccanismi della comunicazione politica e la profondità di chi non ha mai reciso il cordone ombelicale con la cultura delle libertà, il gioco sporco di una fazione che ha sostituito l’Urss con l’Ue e il dibattito con l’anatema. La “caccia al fascista” diventa così il paravento dietro cui nascondere un deserto di idee, un riflesso condizionato che colpisce chiunque osi parlare direttamente al demos senza chiedere il permesso alle mummie della burocrazia continentale. Eppure, tra le pieghe di questo saggio, emerge una verità luminosa: la sinistra non perde per un errore tattico o per la scelta di un candidato, ma perché, per dirla con l’arguzia citata dall’autore, “ha rotto i coglioni”. Ha esaurito il suo credito emotivo con il popolo, trasformando l’inclusività in un’arma di esclusione per chiunque non ne parli il gergo iniziatico.


Il cuore pulsante del libro risiede nella capacità di Capezzone di tessere un filo rosso che unisce l’irriverenza di Elon Musk, la combattività di Donald Trump, la radicalità di Javier Milei e la fermezza di Benjamin Netanyahu. Figure diverse, talvolta divergenti, ma unite da una comune “anomalia”: la capacità di incarnare un’epica, un racconto che non si limita a gestire l’esistente ma aspira a rifondare l’orgoglio occidentale. È qui che l’autore compie il volo pindarico più riuscito, accostando la destra a un umanesimo pop e libertario, quello di un Freddie Mercury che viveva la propria singolarità senza mai pretendere di farne una divisa o una categoria protetta. È un richiamo alla libertà autentica, quella che non impone modelli ma che, proprio come il “sole in tasca” del miglior Silvio Berlusconi, irradia ottimismo e voglia di futuro.


Ma la riflessione si spinge oltre, fino alle vette di un Giacomo Leopardi riscoperto come voce di un umanesimo integrale, lontano da quel pessimismo di maniera con cui la critica progressista lo ha per anni incasellato. Capezzone ci suggerisce che essere conservatori oggi significa proprio questo: coltivare un afflato umano fortissimo contro l’idolo fallace di un progresso che schiaccia le identità nazionali e le libertà individuali sotto il peso di tasse etiche e regolamenti soffocanti.


Daniele Capezzone
Daniele Capezzone

Dalle pagine emerge un monito severo per il nostro centrodestra: non basta la stabilità, serve lo shock. Serve il coraggio di abbassare la pressione fiscale, di rompere i tabù del politicamente corretto e di guardare all’Occidente non come a un malato terminale, ma come a una civiltà capace di ritrovare la propria missione. Il libro, tragicamente profetico nel descrivere quella demonizzazione che porta fino all’odio fisico e all’eliminazione dell’avversario, ci ricorda che la battaglia non è solo elettorale, ma antropologica.


In filigrana, il libro parla anche di noi, dell’Italia. Perché il meccanismo è identico: l’abuso di certe parole come clava moralistica, la riduzione della politica a tribunale, la costruzione di un nemico assoluto per risparmiare il confronto con i dati, con la realtà, con la complessità. La caccia al “fascista” diventa una forma di igiene mentale: rassicura, semplifica, scalda il pubblico. E nel frattempo svuota la parola stessa, che perde gravità storica proprio mentre viene usata come intercalare.


È una recensione positiva, sì, perché il libro ha una virtù rara: non chiede di aderire, chiede di vedere. E in un tempo in cui l’insulto è più rapido dell’argomento, questa è già una forma di dissenso intelligente. Capezzone mette in scena una patologia del dibattito contemporaneo e, senza pontificare, la rende riconoscibile: l’antifascismo come scorciatoia, come sostituto della politica, come alibi per non spiegare — e per non spiegarsi.


In questo saggio, scritto “con il sorriso sulla bocca” e un’intelligenza che non accetta i confini dei salotti chic, Capezzone ci consegna gli strumenti per una resistenza che è già controffensiva. Perché, se la sinistra continua a inseguire i fantasmi del Novecento per colpire i protagonisti del Duemila, è nostro dovere rivendicare quella “nuova epica” che sola può restituire un’anima a questa Europa smarrita. Una lettura necessaria per chi non ha paura di stare dalla parte della libertà e, per dirla con l’eleganza di Cambridge tanto cara all’autore, per chi sa che se a qualcuno questa nostra riscossa non piace, allora “’sti cazzi”.

 
 
 

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