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Conservare Roma: proteggiamo la Città Eterna da eccessi di Airbnb e TikTok

  • paceflaminia18
  • 30 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Roma oggi è l’esempio più elegante – e quindi più inquietante – di come una città possa “funzionare” mentre smette di essere se stessa. Funzionare nel senso in cui funzionano i dispositivi: performare, generare flussi, produrre numeri.


Roma

Nel 2025 Roma ha chiuso con un nuovo record turistico: 22,9 milioni di arrivi e 52,9 milioni di presenze, dati dell’Ente Bilaterale del Turismo del Lazio ripresi anche da Roma Capitale e dalla cronaca nazionale. Il record è l’unità di misura preferita del nostro tempo: trasforma tutto in gara. Ma una città come Roma non è una gara: è un patto quotidiano fra chi ci vive, chi ci lavora, chi ci passa. Se nel patto restano solo “quelli che ci passano”, non è più un patto: è un uso temporaneo. E “conservare” Roma, in questo senso è proteggerla dalla possibilità di venire snaturata da un eccesso di turismo, cioè dal momento in cui l’ospitalità diventa il suo destino e non un plus.


L’overtourism a Roma potremmo dire che è la metamorfosi dell’abitare. È l’idea – che si è fatta pratica – per cui il centro storico è uno spazio economicamente troppo prezioso per restare residenziale. Non si caccia nessuno con la forza: si rende normale, quasi naturale, che restare sia irragionevole. E quando la città comincia a convincere i suoi abitanti che vivere dove vivono è una scelta economicamente sbagliata, la politica sta lentamente accompagnando una sostituzione.


I numeri degli affitti brevi sono la grammatica di questo subentro. Le stime di mercato collocano Roma su una scala industriale: AirDNA (che aggrega short term rental su Airbnb e Vrbo) parla di 42.486 proprietà nel mercato romano. Se si restringe lo sguardo ad Airbnb, un’analisi di settore (Airbtics) indica 28.632 annunci attivi al 20 dicembre 2025. Non sono dati “di anagrafe”, sono termometri, l’appartamento ha cambiato mestiere: da casa a prodotto.


Il resto viene da sé, con quella brutalità dolce con cui agisce il mercato quando non trova argini: un centro che perde famiglie e guadagna valigie; botteghe che diventano servizi al consumo; la quotidianità che arretra in nome della rendita. E non è nemmeno “colpa” di qualcuno nello specifico. Il proprietario fa il proprietario; il turista fa il turista; la piattaforma fa la piattaforma. E adesso anche l’algoritmo fa l’algoritmo: TikTok (e la sua economia dell’attenzione) ha aggiunto un acceleratore silenzioso, perché trasforma in “destinazione” anche ciò che prima viveva protetto dal passaparola. Il posto nascosto non resta nascosto: diventa set. Il ristorante “di nicchia”- e per nicchia intendo dove il Romano va perché si mangia bene - smette di essere un luogo e diventa un’inquadratura buona per il post su Instagram, cioè un bene riproducibile. La cronaca recente sulle file alla Chiesa di Sant’Ignazio per lo scatto “virale” del soffitto affrescato– più che per la chiesa – è il simbolo più evidente.


È qui che la questione “i Romani scompaiono” non è più un lamento ma diventa una diagnosi urbana. Perché un centro storico senza residenti non è semplicemente un centro più affollato. È un centro più fragile: più costoso, più monocorde, più esposto a shock (stagionalità, crisi, mode, sicurezza), e paradossalmente meno capace di ospitare proprio ciò che vende: l’idea di autenticità.


La parola “conservare” qui va riscattata dalla caricatura: non significa imbalsamare Roma, né trasformarla in un museo sotto campana di vetro. Conservare una città significa conservare la possibilità dell’abitare. Significa che il centro storico non può essere soltanto un prodotto premium da affittare a notti; deve restare, almeno in parte, un quartiere: con scuole, medici, vicini, tempi lunghi e tradizioni, tutta quella normalità che sembra noiosa finché non scompare, e allora scopri che era la cosa più preziosa.

“Conservare Roma”, allora, vuol dire anche proteggere la possibilità dell’invisibile: che esistano ancora luoghi dove la casa è casa, dove il bar serve i clienti di sempre, dove non tutto è pensato per essere fotografato. é un’opera di manutenzione di civiltà. E qui la politica non può limitarsi a certificare il fenomeno: deve governarlo, cioè decidere che una parte della città non può essere consegnata alla somma della rendita immobiliare e dell’algoritmo sociale. Perché quando questi due automatismi si alleano, la città viene consumata. E ciò che si consuma, alla fine, non è Roma “cartolina”, quella sopravviverà sempre. È Roma come città: quella che, se la perdi, nessun record potrà più restituire.

 
 
 

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