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Realismo contro retorica apocalittica: votare Sì al referendum sulla giustizia per la manutenzione che l'Italia aspetta da anni

  • 15 minuti fa
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Tra correntismo, disciplina inefficace e carriere intrecciate, il referendum sulla giustizia non riscrive la Costituzione, ma completa la riforma accusatoria di Vassalli, riportando terzietà e responsabilità al centro del sistema italiano.


Referendum sulla giustizia, CSM, Roma

Da quando si è entrati nel vivo della campagna referendaria, si è ridata voce a un vizio italianissimo, quando si parla di giustizia: trasformare ogni riforma in una resa dei conti escatologica. O è il golpe, o è la salvezza, o la Costituzione viene profanata, o viene redenta. In mezzo, raramente, si concede spazio a quella noiosissima cosa che si chiama realtà. Ed è proprio dai numeri, più che dalle invocazioni, che il referendum sulla giustizia andrebbe giudicato. Perché se c’è qualcosa che dovrebbe togliere il fiato, non è la riforma, ma lo stato delle cose ad oggi. Proverò con qualche riga, per chi ha la pazienza di leggere, di spiegare perché il Sì è l’unico voto possibile per un cittadino che crede in un sistema migliore.

 

Il primo dato, che i sacerdoti della “Costituzione tradita” fingono di non vedere, riguarda il cuore del sistema: il governo autonomo della magistratura. Le elezioni interne al CSM, da anni, restituiscono una fotografia stabile e quasi cristallizzata del correntismo organizzato, con gruppi associativi strutturati che intercettano quote consistenti e ripetute di consenso, mentre gli indipendenti restano minoritari. Tradotto: il sistema che dovrebbe garantire l’autonomia del singolo magistrato è, di fatto, filtrato da appartenenze interne permanenti. Eppure si continua a raccontare il correntismo come una caricatura polemica, non come una dinamica strutturale.

 

Non siamo davanti a una rivoluzione che cancella il 1948: restano il concorso, l’inamovibilità dei magistrati, autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere dello Stato. Non c’è nessuna presa del Palazzo d’Inverno da parte dell’esecutivo, nessun commissariamento politico delle toghe.

Cambia, semmai, l’architettura di un sistema che negli anni ha prodotto una concentrazione di potere interno difficilmente negabile.

 

Prendiamo il tema disciplinare, spesso agitato come prova dell’autosufficienza del modello attuale. Anche qui i numeri sono più eloquenti delle dichiarazioni: su circa 9.000 magistrati, le sanzioni disciplinari in un anno si contano in poche decine, cioè una frazione infinitesimale del totale. E nello stesso arco temporale lo Stato continua a pagare decine di milioni di euro per ingiuste detenzioni e errori giudiziari. La forbice tra costo sistemico degli errori e responsabilità individuali effettive è gigantesca. Ed è esattamente su questa frizione che l’Alta Corte disciplinare pretende di incidere, sottraendo la disciplina alla dimensione para-corporativa e collocandola in una sede pienamente giurisdizionale.

 

Poi c’è il nodo più rimosso: la “casa comune” tra giudice e pubblico ministero. Qui il dibattito pubblico si comporta come se l’unità delle carriere fosse un dogma costituzionale, quando in realtà è il prodotto di una scelta ordinamentale storica. E proprio su questo punto vale la pena evocare una figura che nel dibattito viene citata poco e male: Giuliano Vassalli, il padre del codice di procedura penale del 1988, cioè l’architetto del passaggio dell’Italia dal modello inquisitorio a quello accusatorio.

Vassalli non era un tribuno politico, ma un giurista sobrio e profondamente garantista. Eppure aveva chiarissimo il problema strutturale che oggi torna al centro del referendum. La sua convinzione era che non si potesse parlare seriamente di processo accusatorio se non si teneva distinta, anche ordinamentalmente, la figura del giudice da quella del pubblico ministero.

Ancora più esplicitamente, durante l’iter del codice, osservò che una riforma del processo in senso accusatorio senza separazione delle carriere rischiava di restare “una riforma a metà”.

 

Il codice Vassalli nasce proprio per introdurre il contraddittorio tra parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo, segnando il distacco dal modello inquisitorio precedente.

Ma quella rivoluzione fu, per scelta politica e compromesso istituzionale, soprattutto processuale e solo timidamente ordinamentale. In altre parole: si è costruito un processo accusatorio lasciando in larga parte intatta la struttura di carriera comune tra accusa e giudice. Una tensione di sistema che oggi esplode nel dibattito sulla terzietà.

 

È qui che la separazione delle carriere diventa paradossalmente un completamento coerente dell’impianto Vassalli, la chiusura del cerchio, lo sviluppo logico di un processo che pretende parità tra accusa e difesa davanti a un giudice percepito come terzo. Difendere la “casa comune” in nome del garantismo significa, in fondo, contraddire proprio la filosofia del codice accusatorio che tutti celebrano e pochi leggono davvero.

 

Lo stesso discorso vale per il sorteggio al CSM, demonizzato come una stravaganza antidemocratica, nervo scoperto degli sbandieratori del No.

Dopo cinque tentativi di riforma elettorale riassorbiti dalle stesse logiche correntizie, la sorte appare meno come una bizzarria e più come un rimedio patologico a una patologia strutturale: l’intermediazione associativa nelle carriere, nelle nomine, nelle valutazioni. Il sorteggio riduce il potere delle filiere interne e rafforza l’autonomia del singolo magistrato rispetto alle appartenenze organizzate.

 

Dire Sì, allora, non significa schierarsi contro la magistratura. Significa, semmai, prendere sul serio il progetto garantista che va da Vassalli all’articolo 111 sul giusto processo: parità tra le parti, giudice terzo, responsabilità chiara, autogoverno meno oligarchico. Il racconto dello “stravolgimento costituzionale” serve soprattutto a congelare l’esistente elevandolo a principio supremo. Ma la Costituzione non tutela le correnti, non tutela i feticci ordinamentali, non tutela le abitudini di sistema.

Tutela l’indipendenza, la terzietà, l’equilibrio dei poteri. E se persino il padre del processo accusatorio, tra l’altro noto socialista e partigiano, considerava incompiuta una riforma senza una vera distinzione tra chi accusa e chi giudica, forse il referendum non è un salto nel buio. È, più sobriamente, il tentativo — tardivo, imperfetto, ma coerente — di completare un cantiere aperto da quasi quarant’anni. Il resto, come sempre, è retorica difensiva dello status quo. E un po’ di paura del cambiamento di ciò che ha fatto comodo a tantissimi.

 

 
 
 

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