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Il dolore si è fatto Amore: "no dimentichemo" il massacro delle Foibe

  • paceflaminia18
  • 58 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Sarebbe fin troppo facile, in questo Giorno, rifugiarsi nella formula delle “pagine di Storia strappate”. Eppure è esattamente ciò che è accaduto, e continua ad accadere. Accadeva quando sui banchi di scuola sedevano i miei genitori, è accaduto quando ci sedevano i miei coetanei, e accade ancora oggi, puntualmente, ogni 10 febbraio: la rimozione che si traveste da distrazione.

Cartina geografica (foibe)

C’è una parte degli italiani che vorrebbe dimenticare, e soprattutto far dimenticare, una porzione del proprio DNA nazionale. Perché sì: al netto di chi nega persino la questione identitaria, il sangue italiano è composto anche da ciò che scorreva nelle vene degli esuli istriani, giuliani e dalmati. Negarlo è una forma di amputazione culturale.

Mi accorgo allora che in pochi conoscano davvero, con dovizia di particolari o anche solo nelle sue linee essenziali, ciò che è avvenuto sul confine orientale del nostro Paese durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale.


Le foibe non furono un accidente naturale, ma uno strumento deliberato di terrore e cancellazione. Luoghi di morte pensati per far scomparire i corpi e negare il lutto, trasformando l’uccisione in oblio: una violenza che non mirava solo a eliminare le persone, ma anche la possibilità stessa del racconto.

In questa logica agì il nuovo potere jugoslavo guidato da Josip Broz Tito, che sul confine orientale operò non come liberazione, ma come epurazione politica e ingegneria sociale. Infoibamenti, fucilazioni, deportazioni e campi di prigionia furono strumenti coerenti di uno Stato che considerava l’elemento italiano un ostacolo da rimuovere, in quanto portatore di una storia e di una civiltà incompatibili con il progetto ideologico.


Senza ricorrere a compensazioni morali né negare le responsabilità del fascismo, resta un dato: le violenze contro gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono persecuzioni mirate, che colpirono civili colpevoli soltanto della propria appartenenza culturale. Ridurle a una semplice resa dei conti bellica significa eludere la storia prima ancora che comprenderla.

Il risultato fu l’esodo. Centinaia di migliaia di italiani costretti a lasciare case, ricordi e famiglie. Non profughi per scelta, ma esuli per necessità. E con loro se ne andò una parte dell’Italia che l’Italia stessa non seppe, o non volle, riconoscere. Per decenni, quel trauma fu archiviato come questione imbarazzante, inadatta al racconto pubblico, troppo scomoda per le liturgie ideologiche della Guerra fredda e per il quieto vivere culturale del dopoguerra.


Eppure, ed è qui il punto che spiazza, da quelle terre non viene odio.

Da quelle terre viene pace. Pace per chi le attraversa, per chi vi approda, per chi semplicemente le visita. Pensate a chi lì è nato e ha vissuto. Ma è soprattutto ascoltandoli cantare che gli istriani compiono il gesto più radicale: liberano l’anima dalle scorie dell’odio ereditato. Le loro voci cancellano ogni presuntuosa contabilità del dolore, perché quel dolore — in loro — ha già compiuto la sua metamorfosi più alta: si è fatto amore.

È un dolore da diaspora. Un dolore quasi dolce, esile e acuto, capace di farsi canto e di dettare versi insieme semplici e vasti, come questi:


Va per el ciel, de qua e de là girando,

un tochetin de luna

e, tra le frasche,

fis’céta un rusignol ‘na serenada.

S’colto in silenzio e guardo,

posà sula finestra

le stèle lusigar nel scuro

mat de la note

e col pensier ghe mando

al tochetin del luna

‘na preghiera:

“quando doman, in viagio,

ti rivarà sul mio paese,

carezime, te prego,

la cesa e ‘l campanil,

la mia caseta.

Fermite un momentin,

solo un momento,

sora le tombe

del vecio cimitero e

basa una per una

le lapide e le crose

e dighe ai Morti, dighe,

luna, te prego,

che no dimentichemo”


È scritta in istriano, eppure non richiede traduzione: quel dialetto è italiano nella sostanza, nel ritmo, nell’immaginario. E sembra di vederlo, quel vecchio dagli occhi lucidi, mentre affida alla luna parole che non hanno più bisogno di spiegazioni. Parla di croci da baciare piano, una per una, e non sente più nemmeno il bisogno di sottolineare — a chi, poi? — che sono serviti sessant’anni e un “Giorno del Ricordo” per poter vedere in televisione una fiction sulle sofferenze degli istriani, uno speciale sul loro genocidio. Sono serviti sessant’anni per ascoltare, finalmente in pubblico, dalla voce di un testimone, la storia di un fratello catturato dai titini, torturato, evirato, gettato vivo in una foiba con i genitali in bocca e i polsi serrati dal fil di ferro, lasciato agonizzare tra i vermi degli altri cadaveri, poi riesumato e mostrato morto alla madre e alla sorella.


Ormai lo sa, quel vecchio — e lo sanno anche gli italiani non in malafede — che gli Alleati consegnarono l’Istria a Tito come premio politico per essersi “messo contro” Stalin. A pagare, però, furono gli istriani. Ventimila italiani assassinati, trecentomila costretti all’esodo.


Gli istriani non dimenticano, no. Non prendeteli per scemi, leggendo queste mie parole un po’ smielate. Sapevano anche maneggiare l’esplosivo, gli istriani (c’era un silurificio, a Fiume) e avrebbero potuto far danni, se avessero voluto. Ma non vollero. Perché sono gente di pace, laboriosa e nobile.


Il più grande, il più cocente scippo perpetrato a loro danno è stato quello del ricordo. L’essere ignorati per più di mezzo secolo.

Non fanno polemica, gli istriani, non pretendono esclusive di dolori, conteggi di morti. Tanto ne hanno, di belle canzoni, e le cantano sempre, tutti, per atavico culto della musica. È grazie a quelle, e al senso di bellezza e onestà che hanno nel dna, che han saputo virare l’odio in energia positiva, in riscatto fiero e condito di memore perdono.


Possibile – mi dicevo – che per sentir vibrare così forte l’amor di patria occorra andare fra quelli che l’hanno perduta, come gli emigranti o i profughi?

“Ma noi – diceva uno dei testimoni che ho incontrato anni fa – la patria non l’abbiamo mica perduta. È sempre stata e resta l’Italia, anche se un po’ ci ha tradito. Ci mancano solo le nostre case, ecco. I campanili, i cieli.”


Resta la sensazione, a vederli, che amino l’Istria più loro, che han dovuto lasciarla in poche ore con una sola valigia in mano, di chi ci è rimasto. Più di chi oggi ha radici fatte di cose e di case. La radice del profugo, affondata com’è nel ricordo e nei cuori, nel dialetto e nei cori, vale forse più d’un terreno o d’un tetto. Basta leggere questa poesia, per capire.


Il Giorno del Ricordo serve, se serve, a questo: non a chiudere una ferita con una data sul calendario, ma a impedire che l’oblio continui a fare ciò che la violenza aveva iniziato.

 
 
 

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