Trentini e Burlò liberati, ma serve più tutela per gli italiani nel mondo
- 14 gen
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C’è un dettaglio, nella gioiosa liturgia del “sono tornati” (e ne siamo felicissimi) che andrebbe inciso sul marmo: il rimpatrio di Alberto Trentini e Mario Burlò non è stato il frutto naturale della pazienza diplomatica, ma l’effetto politico di un evento scatenante. E quell’evento, piaccia o no, è stato la cattura di Nicolás Maduro.

Senza quel terremoto – senza l’asimmetria improvvisa che trasforma un regime da padrone del tempo a debitore d’aria – Trentini e Burlò sarebbero con ogni probabilità rimasti ancora lì, nel limbo perfetto delle detenzioni che non fanno notizia abbastanza e non costano nulla a chi le pratica.
Perché il punto non è solo che sono stati liberati. Il punto è come funziona, davvero, la liberazione in certi Paesi. Caracas lo ha detto in modo quasi esplicito quando ha presentato la scarcerazione di prigionieri (anche stranieri) come “gesto di buona volontà” dopo pressioni internazionali: la libertà diventa moneta, il detenuto diventa leva, l’ambasciata diventa sala d’attesa.
E allora, nel giorno in cui l’Italia li riabbraccia (volo di Stato, Ciampino, foto, commozione, gratitudine istituzionale), sarebbe intellettualmente disonesto raccontare questa storia come se fosse un lieto fine lineare: è piuttosto un promemoria brutale su quanto a volte siano vulnerabili gli italiani all’estero quando entrano, anche per caso, nella zona grigia dove diritto e arbitrio si scambiano la giacca.
Trentini – cooperante, profilo esposto per definizione – e Burlò – imprenditore, profilo esposto per destino – non sono “casi isolati”: sono casi tipici, perché tipico è il meccanismo. Arresti opachi, accuse nebulose, tempi lunghi, contatti difficili. E soprattutto, mi duole dire: attenzione intermittente. La cosa più crudele, spesso, non è la detenzione; è la sensazione che la detenzione possa diventare abitudine.
E qui la domanda – un po’ impolitica, ma necessaria – è questa: quanto può durare la “pazienza diplomatica”? Quanto è elastica, prima di diventare alibi? Perché la pazienza, quando è un cittadino in cella è un calendario. Trentini è stato detenuto 423 giorni, Burlò circa 14 mesi, ed è difficile credere che, senza lo scossone geopolitico, quel numero non avrebbe continuato a crescere.
Basta guardare altrove per capire la proporzione: Chico Forti è la versione estrema della stessa lezione, decenni di tempo giudiziario e diplomatico che, senza una decisione politica, non finiscono mai davvero. In altre parole: se aspetti che “maturi” tutto da solo, spesso non matura niente.
Qui entra il secondo punto, quello che vale più del commento sul Venezuela e riguarda noi: l’Italia, anche quando si muove bene – e in questa fase con il governo Meloni si sta muovendo meglio di quanto si dica – continua però a pagare un limite strutturale. Siamo bravissimi nell’azione quando scatta l’emergenza, meno attrezzati nel far diventare quella cura un’abitudine di sistema. Il racconto pubblico sugli italiani nel mondo resta spesso da cerimonia, mentre la tutela vera vive ancora troppo di “modalità crisi”, di fiammate operative e poi silenzi.
Al governo, intanto, va un plauso vero: Palazzo Chigi e la Farnesina hanno seguito la vicenda, hanno tenuto il filo e – quando la finestra politica si è aperta – l’hanno attraversata. In queste storie il merito non è un sentimento: è la capacità di arrivare al punto. E l’Italia c’è arrivata.
Proprio per questo, il passo successivo non suona come una polemica ma come una conseguenza: non è una critica alla Farnesina – che un presidio ce l’ha, nella DGIT/Direzione generale per i servizi ai cittadini all’estero e le politiche migratorie – bensì un invito a dare continuità politica e operativa a ciò che oggi funziona soprattutto quando l’emergenza chiama.
Ecco perché l’idea di ripristinare qualcosa di simile al vecchio “Dipartimento per gli italiani nel mondo” (quello incardinato a Palazzo Chigi e organizzato con il DPCM 3 dicembre 2002) – o, se il nome spaventa, una struttura più snella ma con dignità reale – sarebbe una struttura strategica.
Un presidio con tre caratteristiche minime:
1. Monitoraggio fisso dei casi sensibili (detenzioni, scomparse, espulsioni, ricatti giudiziari), non affidato alla volatilità mediatica.
2. Catena di comando chiara: chi decide, chi coordina, chi parla con le famiglie, chi tratta con le autorità locali, chi attiva intelligence e canali informali quando serve.
3. Prevenzione: mappe di rischio aggiornate, formazione per chi parte (ONG, imprese, freelance), protocolli rapidi per segnalare e intervenire.
Non serve per forza un ministero pieno, con l’arredamento della Prima Repubblica. Può essere un’agenzia, un dipartimento, un sottosegretariato. Ma deve essere una cosa che esiste anche quando non c’è il caso in prima pagina.
Perché la lezione di Trentini e Burlò è semplice e spietata: la libertà, in certi contesti, non arriva quando “matura” la diplomazia; arriva quando cambia il rapporto di forza. In questo caso, la cattura di Maduro ha reso possibile un gesto che prima non conveniva.
E un Paese serio non può affidare la sorte dei propri cittadini alla speranza che, ogni tanto, il mondo produca l’evento scatenante giusto. Deve organizzarsi perché, anche senza il colpo di scena, qualcuno stia già guardando. Sempre.






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