La guerra di TikTok: Casa Bianca, IDF e Macron a ritmo di trend
- 20 ore fa
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Sui social la guerra diventa contenuto. Dai bombardamenti montati come trailer alle colonne sonore patriottiche, la propaganda militare e la comunicazione della guerra parlano sempre più il linguaggio dei social e degli algoritmi.

Una volta la propaganda militare aveva un’estetica austera: mappe, conferenze stampa, comunicati scritti in un linguaggio quasi notarile. La guerra era tragica, ma almeno conservava una certa gravità formale. Oggi invece può capitare che un bombardamento venga raccontato con la Macarena. È successo davvero. Sui social ufficiali della Casa Bianca è circolato un video dell’operazione militare “Epic Fury” contro l’Iran: jet che decollano, missili che colpiscono, soldati che salgono sugli aerei. Montaggio rapido, ritmo da trailer. E sotto, quasi ipnotica, una versione rallentata del tormentone spagnolo degli anni Novanta. La guerra come videoclip.
La reazione è stata prevedibile: ironia, indignazione, entusiasmo patriottico. Alcuni hanno parlato di propaganda da videogame, altri hanno difeso il formato come semplice comunicazione moderna. Ma la questione interessante è che la guerra oggi, al tempo del tecnopotere, deve diventare contenuto.
TikTok - e in generale l’ecosistema algoritmico - premia da sempre la riconoscibilità immediata. In questo ambiente comunicativo la politica quindi deve necessariamente regredire (o evolversi, dipende dai punti di vista) in un format. Se vuoi che qualcosa esista nello spazio pubblico deve essere comprimibile in pochi secondi, riconoscibile al primo fotogramma, memorizzabile come un meme.
La Macarena, da questo punto di vista, è perfetta. È un simbolo universale della cultura pop globale: quattro gesti, un ritornello, una memoria collettiva condivisa da intere generazioni. Inserirla sotto immagini di guerra non è soltanto provocazione. È un modo per tradurre la geopolitica nel linguaggio dell’algoritmo. Scrivendo questo articolo ho pensato che forse anche la scelta della Macarena non sia casuale: un insieme di gesti ripetuti, come a dire che gli attacchi non finiranno al primo giro di ballo.
Donald Trump, del resto, è il primo presidente che ha compreso fino in fondo questa grammatica. La sua comunicazione politica non nasce nelle istituzioni ma nello spettacolo. Non è un caso che il suo stile retorico sia sempre stato coreografico, ricordo la sua YMCA. La politica, per lui, è sempre stata performance.
Siamo quindi di fronte a quella che potremmo chiamare gamification di guerra.
Quando le operazioni militari vengono montate come trailer — con nomi epici, musica virale e ritmo cinematografico — l’evento reale viene tradotto in una narrazione di intrattenimento per produrre engagement. Mi perdonerete per tutti questi inglesismi ma sono ormai diventati parte del linguaggio degli operatori del settore. La guerra diventa un contenuto competitivo nel mercato dell’attenzione.
In questo senso la reazione europea è quasi speculare. Nei video legati alla comunicazione di Emmanuel Macron compare spesso la Marsigliese, suonata o cantata mentre scorrono immagini di esercitazioni, arsenali o momenti istituzionali. Il meccanismo è identico, in entrambi i casi la guerra viene tradotta in linguaggio simbolico ad alta riconoscibilità. La Macarena è un’icona pop globale; la Marsigliese è una reliquia della modernità politica europea. Due colonne sonore per lo stesso problema: rendere la guerra comprensibile - e soprattutto condivisibile - nello spazio dei social.
Il paradigma è cambiato senza dubbio, nella modernità novecentesca la propaganda cercava di nobilitare la guerra. Oggi la comunicazione digitale tende piuttosto a normalizzarla. La trasforma in qualcosa di familiare, quasi consumabile con una clip da guardare mentre si scorre il feed. Ed è una conseguenza della struttura mediatica in cui viviamo. L’algoritmo premia ciò che intrattiene, ciò che provoca reazioni rapide, ciò che può essere ricondiviso. In questo ambiente anche la politica estera — e persino la guerra — finisce per adottare le stesse regole della cultura pop. Il problema è che la storia a sua volta rischia di diventare una coreografia in cui tutti balliamo a ritmo di Macarena ma nessuno si accorge che qualcosa sta cambiando.






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