Gli slogan battono il merito: l’analisi del trionfo del No al Referendum sulla Giustizia
- 24 mar
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Il dato, per una volta, non ha bisogno di note a piè di pagina: è di una chiarezza quasi scortese. Il risultato è inequivocabile, persino brutale nella sua evidenza plastica: ha vinto il No con il 53,74% dei voti.

Non siamo nel perimetro delle sconfitte di misura, quelle che permettono ai vinti di rifugiarsi nelle solite letture consolatorie. Questa del Referendum sulla Giustizia è una vittoria che nasce fuori dai recinti tradizionali e che imporrebbe, più che una colpevolizzazione dei singoli, una riflessione radicale su chi siano oggi i nuovi decisori del voto.
Se proprio si volesse evitare il solito esercizio di autoassoluzione, converrebbe fissare lo sguardo su dei dettagli che emergono con una certa prepotenza. Più che una Caporetto della coalizione, siamo di fronte a un cortocircuito della comunicazione istituzionale. In questa campagna, mentre il fronte del No occupava ogni spazio con una narrazione emotiva, la complessità tecnica della riforma faticava a farsi strada, lasciando che un elettorato "astratto" e lontano dai partiti diventasse l'ago della bilancia. È mancata, forse, la capacità di spiegare perché scardinare un sistema giudiziario del 1941, finendo per subire l'urto di una mobilitazione che ha pescato a piene mani nel bacino dell'astensionismo.
Ma c’è un secondo slittamento, quasi un gioco di prestigio: la trasformazione della campagna da esercizio sul merito a regolamento di conti politico. Lo slogan “mandiamo a casa il governo” ha funzionato con l’efficacia di un algoritmo, nonostante la natura tecnica del quesito. Il paradosso è che questo plebiscito è arrivato nonostante la Premier abbia evitato con cura ogni personalizzazione azzardata, a differenza di quanto accaduto in passato. Eppure, il rito si è compiuto ugualmente: la giustizia è evaporata e al suo posto è rimasta una contrapposizione identitaria alimentata da chi, solitamente, alle urne non si presenta nemmeno.
In questo habitat dominato dalla semplificazione, la narrazione immediata ha cannibalizzato quella articolata. Una consultazione nata per ridisegnare l’assetto del potere giudiziario è stata vissuta da una parte dell'opinione pubblica come un test di gradimento, dove il merito è stato accompagnato alla porta. L’elemento più insidioso è però quello interno: una parte del popolo della destra ha scelto di seguire una logica diversa dall'ordine di scuderia. I numeri dicono che l’11,2% degli elettori di Fratelli d’Italia e il 17,9% di Forza Italia hanno scelto il No. Tuttavia, come osserva il sondaggista Antonio Noto, si è trattato di uno scambio che si è quasi compensato numericamente con i "ribelli" del centrosinistra che hanno invece scelto il Sì.
C’è poi il voto all’estero, dove il Sì ha vinto con il 56,26%, disegnando una frattura culturale. Chi vive fuori guarda l’Italia con una lucidità comparativa: confronta sistemi e vota con più pragmatismo. Mentre qui si votava spesso "contro" un'immagine, lì si è votato "su" qualcosa: la possibilità di cambiare un sistema. Eppure, il vero capolavoro è il rovesciamento dei ruoli: il fronte del No ha vinto agitando lo spettro della difesa della Carta, sebbene essa sia un organismo vivo modificato decine di volte dal 1948.
Da qui il paradosso: i progressisti che si scoprono conservatori di un assetto che affonda le radici nel Regio Decreto del 1941. Il corto circuito è servito: si è difesa una struttura nata in un’epoca gerarchica, bollando come eversiva una proposta di separazione dei poteri più coerente con le democrazie liberali. Sotto la schiuma dei festeggiamenti per il "campo largo", resta l’analisi di Noto: è entrato in campo un elettorato nuovo, anti-politico, che non appartiene a nessuno e che ha usato il No come scudo. Si è vinta una battaglia politica, certo, ma al prezzo di aver difeso, forse senza saperlo, proprio ciò che si diceva di voler superare.






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