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Mamdani Sindaco di New York: finalmente la sinistra ha il suo nuovo idolo

  • 11 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Dunque eccolo, il nuovo profeta del progressismo urbano, quello che doveva arrivare prima o poi da qualche parte dove si fa il brunch con la rivoluzione accanto: Zohran Mamdani, 34 anni, sindaco di New York, figlio del multiculturalismo, della militanza online e della retorica “da marciapiede”. È l’ennesimo miracolo della sinistra occidentale: un uomo che non ha ancora fatto nulla, ma ha già cambiato tutto. Da Milano a Parigi si brinda e si sospira: “Avessimo noi uno così”.


Zohran Mamdani, Sindaco di New York

Il giovane Mamdani, socialista dichiarato, musulmano devoto, attivista elegante, è il tipo di politico che un tempo la sinistra italiana avrebbe trattato con diffidenza, come un teorico troppo puro per sopravvivere a una riunione di giunta comunale. Oggi invece lo adora: perché è esotico, perché è americano, perché dice “aboliamo i miliardari” con la sicurezza con cui qui si direbbe “aboliamo la seconda rata dell’IMU”. È l’idolo perfetto: radicale ma instagrammabile, colto ma non noioso, con la giusta dose di antagonismo morale che fa sentire in colpa chiunque osi chiedere quanto costino davvero gli autobus gratis.


È un fenomeno affascinante e un po’ grottesco: ogni volta che a sinistra si perde un’elezione, si vince idealmente un sindaco a New York. Succede da anni: prima era De Blasio, il progressista gentile; poi Alexandria Ocasio-Cortez, la santa del Bronx; ora Mamdani, il profeta di Astoria. È un modo elegante per non parlare di sé: si alza lo sguardo oltreoceano, si trova un idolo con la stoffa giusta e le parole giuste, e lo si trasforma in poster motivazionale per segreterie di partito esauste.


Il problema, però, è che Mamdani non è un manifesto: è un sindaco, e governare New York non è come twittare da Brooklyn. Il suo programma – congelare gli affitti, tassare i ricchi, rendere gratuiti i trasporti pubblici – è un trattato di wishful thinking con occasionali scivoloni nel marxismo sentimentale. La città ha un debito colossale, i costi sociali sono in crescita, e i proprietari immobiliari minacciano di chiudere i rubinetti degli investimenti. Ma poco importa: a sinistra non si vince più sulle cifre, si vince sull’estetica.


Persino alcuni newyorkesi illustri – intellettuali, imprenditori, giornalisti liberal non allineati – lo accusano di vendere utopie a credito. Bret Stephens sul New York Times lo ha liquidato come “un Bernie Sanders con TikTok”, mentre Fran Lebowitz, più caustica, ha detto: “È l’unico sindaco che riesce a parlare di abolire la polizia mentre scorta la figlia a scuola con l’autista”. Ecco: Mamdani è la sinistra che gioca a fare la rivoluzione con la carta di credito in tasca.


Ma è chiaro perché piaccia tanto in Italia. Qui, dove la sinistra non riesce più a esprimere un leader che entusiasmi neanche un segretario di circolo, l’idolo deve per forza venire da lontano.


Non conta che New York non sia Roma, che il Bronx non sia Tor Bella Monaca, che le tasse comunali non funzionino come in America. Mamdani serve come surrogato di autostima. È il sogno proiettato sullo schermo d’oltreoceano: un giovane che parla di giustizia sociale e vince, quindi forse la sinistra può ancora essere cool. È l’illusione consolatoria di chi non governa più ma governa i trending topic.


Certo, c’è anche l’altro lato della medaglia: Mamdani divide. La sua posizione sull’Israele post-7 ottobre ha aperto una faglia profonda nella città più ebraica d’America; i rapporti con la polizia sono ai minimi storici; e già i sindacati, che lo avevano appoggiato, iniziano a lamentarsi del “caos organizzativo” che regna a City Hall. Ma tutto questo non frena il mito: anzi, lo alimenta. Perché per essere idolo bisogna avere nemici, e Mamdani li colleziona con cura.


In fondo, il suo successo risponde perfettamente all’umore del tempo: un progressismo identitario che scambia il gesto simbolico per soluzione, il tweet per riforma, la ribellione estetica per visione politica. Mamdani è l’incarnazione di quella sinistra che non vuole più governare la realtà, ma soltanto il suo racconto.


E qui, dall’altra parte dell’Atlantico, a sinistra assistono con entusiamo: gridano “bravo!” al nuovo idolo americano, sperando che il suo trionfo significhi qualcosa anche per loro. Ma non significa nulla. È solo un’altra stagione della lunga serie “La sinistra che si innamora di New York”, prodotta e distribuita da chi non riesce più a fare politica senza prima chiedere il permesso a Twitter.


E così, mentre Mamdani promette il socialismo con vista skyline, la sinistra nostrana si ritrova come sempre davanti allo schermo, a cercare nell’America una cura al loro smarrimento.

 
 
 

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