top of page

La vita è fatta di scale, c’è chi scende e c’è chi Salis: cronaca di un paradosso europeo.

  • 8 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è chi sale i gradini di Strasburgo e chi, da quelle stesse scale, scivola giù con le mani nei capelli. La vita, e la politica, sono fatte di scale: c’è chi scende e c’è chi Salis. Il Parlamento Europeo ha deciso che l’immunità di Ilaria Salis va mantenuta, respingendo per un soffio la richiesta ungherese di revoca.


Aula del Parlamento europeo

Trecentosei voti contro trecentocinque, un solo gradino che separa la libertà dalla cella, la democrazia dal sospetto di persecuzione politica. E già questo, per Bruxelles, è un romanzo: una maggioranza che traballa mentre predica lo Stato di diritto, un continente che applaude se stesso perché ha scelto il garantismo, purché il garantito sia "dalla parte giusta".

 

Il caso Salis è un paradosso perfettamente europeo, di quelli che fanno impazzire i giuristi e ispirano i comunicatori. Da un lato, il principio sacrosanto che i deputati godano di immunità per le opinioni espresse e gli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni. Dall’altro, la realtà giuridica di una donna eletta a Strasburgo dopo i fatti per cui è indagata. Fatti di sangue, o presunti tali, avvenuti a Budapest nel 2023, quando Salis non era ancora onorevole ma solo militante. E qui sorge il nodo politico - e logico: può l’immunità essere retroattiva? Può coprire il passato come un’amnistia che il popolo non ha mai votato?

 

È la domanda che a Bruxelles si finge di non sentire, come se il principio di non retroattività valesse solo per i reati e non per i privilegi. L’immunità parlamentare, ci dicono, non è un privilegio personale ma una garanzia istituzionale. Vero. Ma a volte il confine tra garanzia e protezione diventa una rampa scivolosa, e il rischio è che l’Europa, per difendere se stessa, finisca per sembrare una confraternita che si autoassolve.


Il voto su Salis ha mostrato un Parlamento europeo spaccato in due, incapace di decidere se proteggere un deputato o difendere un principio. Ed è inutile dirvi che quando la politica non sa scegliere tra coerenza e convenienza, di solito sceglie la seconda.

 

Non è la prima volta che accade. Basta ricordare Eva Kaili, la socialista democratica greca travolta dal Qatargate e data in pasto alla piazza come simbolo della purezza ritrovata, del Parlamento che si purifica offrendo un colpevole sull’altare della trasparenza. Allora nessuno parlò di "fumus persecutionis" ne di garanzie istituzionali. Si parlò, semmai, di rigore morale, di catarsi pubblica, di espiazione collettiva - a esagerare. Oggi invece la bussola etica sembra girare al contrario: si invoca lo Stato di diritto non per punire la corruzione, ma per sospendere il giudizio su chi viene accusato. È la nuova grammatica europea, dove ogni caso giudiziario si trasforma in un test ideologico e ogni imputato in un vessillo.

 

C’è poi il sottotesto politico, che nessuno ammette ma tutti conoscono: la votazione di Strasburgo è un referendum implicito sull’Ungheria di Orbán. Un voto non tanto su Salis, quanto contro Budapest. Come se la signora Salis, suo malgrado, fosse diventata un simbolo: una martire utile, una bandiera perfetta da sventolare davanti al nemico perfetto, l’autocrate magiaro. E in politica, si sa, nulla è più prezioso - e più pericoloso - di un simbolo che divide. Anche quando divide per un solo voto.

 

Da Strasburgo Ilaria Salis guarda giù, ma non vede giustizia: solo un’Europa che ha fatto delle scale il proprio labirinto morale. Sale, scende, si perde, si assolve. E ogni volta che inciampa, trova un nuovo nome da trasformare in principio. Questa volta tocca a lei. La prossima, forse, a qualcun altro. Ma intanto l’Europa applaude il suo stesso paradosso: una democrazia che si dichiara libera perché immunizza i suoi simboli.

 

C’è chi scende, e c’è chi Salis - ma nessuno, ormai, sembra più ricordare da quale piano era partito.

 
 
 

1 commento


Alessandra Monti
Alessandra Monti
09 ott 2025

👏🏼💪🏼

Mi piace
bottom of page