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La flottiglia dell’ipocrisia: Gaza come scenografia, Israele come pretesto, Meloni come bersaglio

  • 2 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

C’era chi la raccontava come un gesto di eroismo civile, la Global Sumud Flotilla, diretta verso Gaza. E c’è chi, come noi, la riconosce subito per quello che è: un’operazione simbolica dal finale scontato. Si sapeva già come sarebbe andata a finire, e infatti è finita esattamente così: respinta, discussa, inutile. Non una sorpresa, ma un copione già scritto.


La retorica era quella della “solidarietà”. Gli aiuti umanitari come foglia di fico. Ma quando il Cardinal Pizzaballa ha chiesto che le donazioni fossero consegnate al Patriarcato latino di Gerusalemme – un canale sicuro, accettato, realmente benefico – i promotori della flottiglia hanno detto no. Segno che l’obiettivo non era soltanto aiutare, ma soprattutto mettere in scena l’ennesima battaglia di propaganda.


Intanto, l’Italia ha “aviolanciato” tonnellate di aiuti a Gaza. Non con proclami, non con dirette su Instagram: in silenzio, con i nostri militari che fanno il loro lavoro lontano dai riflettori. Negli ultimi mesi il nostro Paese ha portato avanti l’operazione “Solidarity Path Operation 2”: con nove aviolanci si sono consegnate oltre 100 tonnellate di generi di prima necessità. In parallelo, nell’ambito del progetto Food for Gaza, sono ripresi i lanci aerei verso la Striscia, parte di un meccanismo avviato nel 2024 e proseguito nel 2025.

Di recente, per la prima volta, l’IDF ha riconosciuto che sei paesi – tra cui l’Italia – hanno partecipato a un lancio coordinato con oltre 106 pacchi di aiuti alimentari. Un lavoro silenzioso, concreto, che mostra bene la differenza tra chi vuole davvero alleviare sofferenze e chi preferisce usarle come scenografia.


Eppure, per certi nostri connazionali, la flottiglia non è tanto un pretesto per Gaza quanto l’ennesima occasione per attaccare Giorgia Meloni. Ogni episodio diventa buono per agitare lo slogan dell’“Italia complice”, “governo servo” e così via. Poco importa che il nostro Paese abbia fatto più di altri sul piano umanitario: la priorità resta piegare la cronaca internazionale al cabotaggio domestico. E mentre si agita la kefiah per accusare l’Occidente, c’è già chi scalda i megafoni per lo sciopero di venerdì, con Landini pronto a trasformare qualsiasi tema – da Gaza al costo della benzina – nell’ennesimo corteo contro il governo.


Poi ci sono le indignazioni social: Elisa Toffoli che tra una tournée e l’altra posta stories lacrimose su Instagram, con toni da cantastorie moralista. Tutto molto commovente, tutto molto engaged. Peccato che la geopolitica non si faccia con le stories, e che la complessità dei conflitti non si risolva con un post. E lo stesso discorso varrebbe per tanti altri volti dello spettacolo, che risparmio ai lettori di elencare.


Dietro le bandiere, le parole d’ordine e le dichiarazioni di commozione, in troppi casi la questione palestinese diventa un atto estetico – non una causa. La flottiglia è stata soltanto un palcoscenico, un set pronto per la recita.

Ieri era “Ultima Generazione” incollata sull’asfalto per salvare il clima, oggi è la Palestina. Ieri Greta Thunberg con l’impermeabile giallo, oggi la kefiah come nuovo accessorio radical chic da aperitivo. È sempre la stessa liturgia: cambiano i costumi, mutano i cartelli da brandire, ma il copione resta identico.


E qual è il copione? Attaccare il potere, qualunque esso sia. Oggi Israele, più in generale l’Occidente. Non c’è analisi, non c’è complessità: c’è solo il bisogno compulsivo di schierarsi “contro”, trasformando ogni crisi in un pretesto per ripetere la solita narrazione di oppressi e oppressori. Con un dettaglio: gli oppressori siamo sempre noi. L’Occidente, Israele, la NATO, il governo Meloni. Con il paradosso di sostenere, senza accorgersene – o forse sì – un regime terroristico.


Non mancano poi le contraddizioni interne: il coordinatore tunisino Khaled Boujemâa si è dimesso dopo aver scoperto la presenza dell’attivista queer Saif Ayadi a bordo. A maggio tutti paladini del Pride, oggi improvvisamente no: sull’imbarcazione non c’è spazio per “l’amore senza confini”. E la domanda resta: perché la comunità LGBT si immola nel sostegno a un movimento come Hamas che, nei territori che controlla, perseguita e punisce duramente gli omosessuali?

O ancora: la giornalista Francesca Del Vecchio, inviata de La Stampa, rimossa dalla missione e bollata come “pericolosa” per aver raccontato troppo. Quando lo sguardo indipendente diventa scomodo, lo si caccia.


È un format collaudato: la causa cambia, la bandiera si aggiorna, il simbolo si sostituisce, ma la funzione resta la stessa. La politica come cosplay militante: impermeabile giallo, vernice arancione, bandiere arcobaleno, kefiah. Ogni stagione ha il suo costume, ogni palcoscenico la sua indignazione prêt-à-porter.


Chi voleva davvero aiutare, aveva canali sicuri e legittimi per farlo. Chi voleva solo puntare il dito contro il nemico di turno, ha preferito la passerella nautica. Instagram, diari di bordo, slogan. Missione compiuta, verrebbe da dire. Non per Gaza, ma per la propaganda.

 
 
 

4 commenti


abc16575
02 ott 2025

Condivisibile totalmente anche le virgole. In effetti era chiara dall'inizio la finalità politica della flotilla che si è palesata dileggiando Mattarella. Devono solo ringraziare Crosetto e Tajani se non si è verificato nulla di tragico come nel 2011 con 10 morti per mano dellIDF. Forse avrei quasi preferito che fossero arrivati fino alle coste di Gaza e vedere come avrebbe accolto Hamas gli esponenti lgbtq delle navi.

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Simone Montagno
Simone Montagno
02 ott 2025

Nulla da dire, è tutto corretto.

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Sonoalep Sonoalep
Sonoalep Sonoalep
02 ott 2025

Un analisi impeccabile

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Corrado Pace
Corrado Pace
02 ott 2025

Purtroppo stanno alla frutta , non c’è niente di umanitario ma solo un gioco di politico che li farà indietreggiare sempre di più . La sinistra ipocrita e priva di argomenti utilizza Gaza solo per mera propaganda politica .

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