La Fenice, Venezi e la musica che non ha (o non dovrebbe avere) colore
- 29 set 2025
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Alla Fenice di Venezia, una delle istituzioni liriche più prestigiose d’Europa, la musica dovrebbe parlare più di ogni altra cosa. Invece, negli ultimi giorni, a dominare non sono le note ma le polemiche. La nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale stabile dal 2026 al 2030 ha acceso un dibattito che ha poco a che fare con le sinfonie e molto con il solito vizio italiano: politicizzare tutto.

La scena che è spopolata in TV e sui social è stata -sicuramente- teatrale: alla fine di un concerto, dal loggione e dalla platea sono piovuti volantini. Slogan semplici, d’impatto: “La musica non ha colore”, “La musica è arte, non intrattenimento”. Un gesto simbolico, organizzato da parte dell’orchestra e del personale tecnico, per contestare una nomina considerata “calata dall’alto”. Eppure proprio quella frase – “la musica non ha colore” – meriterebbe di essere presa sul serio. Perché se davvero la musica non ha colore, allora perché trasformare una bacchetta in una bandiera? Perché ridurre una nomina artistica a una battaglia ideologica?
Beatrice Venezi, classe 1990, si è formata come pianista e poi come direttore al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, diplomandosi con lode. È stata direttore principale ospite dell’Orchestra della Toscana, ha guidato la Milano Classica, ha diretto orchestre in Italia e all’estero. Non solo: ha saputo portare la musica classica fuori dal suo recinto tradizionale, partecipando a programmi televisivi, scrivendo libri, parlando a un pubblico che spesso non varca la soglia di un teatro d’opera. Insomma, un curriculum c’è. Non quello di un maestro ultraottantenne cresciuto a Bayreuth o a Salisburgo, certo. Ma è proprio questa la scommessa: un direttore giovane, con un linguaggio diverso, capace di dialogare con una platea nuova.
Il problema, lo sanno tutti, non è il curriculum. È l’orientamento politico percepito. Beatrice Venezi ha accettato incarichi istituzionali da una certa parte politica, ha partecipato a kermesse di partito, non si è vergognata di stare in contesti che in Italia vengono ancora considerati sospetti se non provengono da una certa area. Ed ecco che il giudizio artistico si intreccia con quello ideologico. Non è questione di note, ma di voti. Non importa se sei capace: importa da che parte stai.
Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha presentato la nomina come una scelta di rinnovamento. L’idea è aprire la Fenice a un pubblico più giovane, rendere il teatro un laboratorio vivo e non un museo del melodramma, sperimentare senza cancellare la tradizione. Un progetto ambizioso, che richiede coraggio. Ma se a portarlo avanti è un direttore che non appartiene al coro ideologico dominante, allora scatta la levata di scudi: volantini, comunicati, appelli. La musica, quella vera, finisce sullo sfondo.
Qui sta il paradosso: nei volantini si scrive che “la musica non ha colore”. Ed è verissimo: la musica appartiene a tutti, non ha etichetta, non distingue per orientamento politico. Ma se lo si afferma per protestare contro Venezi, allora quella frase diventa l’opposto della sua verità. È la dimostrazione che in Italia persino la musica viene colorata, etichettata, incasellata.
In altre parole: la musica non ha colore, tranne quando ce lo vogliamo vedere a tutti i costi.
La sfida, adesso, è tutta nelle mani di Beatrice Venezi. Se saprà convincere sul podio, se dimostrerà qualità e visione, le polemiche cadranno come carta straccia, insieme a quei volantini. Se invece continueremo a giudicare un direttore non dal suono che porta in sala, ma dal colore politico che gli attribuiamo, allora la Fenice rischierà di bruciare ancora una volta. Non per le sue ceneri, ma per i pregiudizi che l’Italia non riesce a lasciare alle spalle.
Alla fine, la vera rinascita della Fenice si misurerà su una cosa sola: se riuscirà a restituire alla musica la sua libertà, senza etichette, senza bandiere, senza colori.






Bravissima Flaminia , analisi perfetta .
👍🥰