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L’Italia secondo Vespa: rancori che non passano e speranze che resistono

  • 23 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Bruno Vespa non è nuovo a cucire l’Italia attraverso le sue ferite. Questa volta lo fa con “Il rancore e la speranza”, un titolo che sembra la sintesi di una parabola biblica e che invece racconta ottant’anni di Repubblica. Non è l’ultima sua fatica editoriale ma è un libro che continua a girare come una chiave in una serratura mai chiusa. E il punto è che rimane attuale, forse addirittura più di quando è uscito, perché l’Italia vive di rancori sedimentati e di speranze riciclate, un binomio che non smette di spiegare il nostro tempo.


Copertina del libro "Il rancore e la speranza" di Bruno Vespa

Per Vespa, il rancore non è una nota a piè di pagina, ma il filo rosso che attraversa la nostra storia. È il rancore che impedì al 25 aprile di essere la fine della guerra e lo trasformò in guerra civile permanente. È il rancore che seppellì per decenni la tragedia delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, quasi fossero imbarazzi da nascondere anziché drammi da riconoscere. È lo stesso rancore che ha perseguitato Berlusconi fino all’ultimo giorno, trasformandolo in un bersaglio da “plotone d’esecuzione” giudiziario e mediatico. E oggi si reincarna nell’accanimento contro Giorgia Meloni: la prima premier donna, legittimata dal voto, ma trattata come un’anomalia da una parte del Paese che vive di delegittimazione sistematica.

Insomma: l’Italia non dimentica mai, ma ricorda sempre male. Non elabora, rimuove. Non chiude i conti, li tiene aperti come ferite esibite.


Il pregio del libro non sta solo nella cornice, ma nelle testimonianze. C’è Anna Vescovi, la figlia del podestà di Schio ucciso nel 1946 dai partigiani comunisti, che dopo settant’anni stringe la mano all’assassino del padre: un gesto di perdono che fotografa la difficoltà di un Paese intero a fare i conti con il proprio dopoguerra. Ci sono gli esuli istriani e dalmati che raccontano ancora oggi l’umiliazione del silenzio, quando lo Stato preferì dimenticarli per non turbare l’ideologia dominante. Ci sono i figli di Berlusconi che parlano senza filtri di un “accanimento” giudiziario programmato.


Storie lontane e recenti che hanno tutte lo stesso tratto: negare dignità a una parte dell’Italia. È come se la Repubblica vivesse di minoranze stigmatizzate: ieri i vinti della guerra, poi gli esuli, poi il Cavaliere, oggi Meloni. Il nemico di turno come identità collettiva.


Eppure Vespa non si ferma al rancore. Non fotografa soltanto il lato oscuro. Tra le pagine spunta l’altra metà del titolo: la speranza. La speranza di un’Italia capace finalmente di guardarsi tutta intera, senza gerarchie ideologiche. La speranza di un’Italia che non debba più chiedere permesso per ricordare le proprie tragedie, né sentirsi colpevole per le proprie radici. La speranza di un’Italia che smetta di avere complessi e torni a governarsi con orgoglio.


È una speranza che non cancella i fantasmi, ma li mette a posto: li riconosce, li accetta, li supera. E qui c’è la tesi più forte e più indigesta per una certa sinistra: la Repubblica non si salva fingendo che i rancori non ci siano, ma trasformandoli in memoria condivisa.


Ecco perché Il rancore e la speranza resta di un’attualità imbarazzante. È un libro che non invecchia perché il Paese che descrive non smette di ripetersi. In un’Italia che ancora oggi divide i morti “degni” e “indegni”, che continua a delegittimare i governi votati se non sono di sinistra, che si illude di archiviare la storia semplicemente smettendo di parlarne, Vespa offre un manuale di istruzioni: guardare in faccia i rancori per trasformarli in forza.


Il rancore ci ha resi prigionieri. La speranza, dice Vespa, può liberarci. Il libro, anche se non è l’ultima uscita, sembra scritto ieri: attuale, urticante, necessario. Perché l’Italia, tra un rancore e una speranza, continua a oscillare.


E se il rancore resta il carburante preferito della sinistra – che non perdona Berlusconi nemmeno da morto e guarda Meloni come un’abusiva al governo – la speranza tocca alla destra: governare, mettere ordine, rivendicare la legittimità delle urne senza complessi. La morale è semplice: chi campa di rancore resta fermo al passato, chi investe sulla speranza si prende il futuro. E il futuro, nel bene o nel male, oggi parla con l’accento del centrodestra.

 
 
 

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Sonoalep Sonoalep
Sonoalep Sonoalep
23 set 2025

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