top of page

L’arte francese di punire i propri sovrani: dalla Rivoluzione Francese a Sarkozy

  • 14 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Ventuno giorni. Più o meno il tempo che serve in Francia per passare dalla “égalité” alla “épuration morale”. Nicolas Sarkozy, ex presidente della Repubblica, ex “hyperprésident”, ex simbolo della destra francese, esce di prigione dopo tre settimane, con la graziosa concessione della liberté vigilata. Non la Liberté della Rivoluzione, quella scolpita nei frontoni e nei cuori, ma la versione aggiornata: con il braccialetto elettronico e l’obbligo di firma.


Nicolas Sarkozy

C’è in questa scena un che di paradossalmente francese, quasi letterario. La Francia che ha ghigliottinato re e incoronato rivoluzionari ora si compiace nel punire i suoi ex presidenti: non per tirannia, ma per pedagogia. In fondo, la République è nata così: sulla convinzione che il potere sia sempre colpevole, anche quando non lo è abbastanza. Sarkozy, con il suo stile da napoleone, la sua iperattività da banchiere in campagna elettorale e il suo gusto per i Rolex, era la reincarnazione perfetta del monarca borghese — troppo moderno per essere amato, troppo egocentrico per essere perdonato.


La sua caduta, poi, è stata celebrata come una specie di Thermidor morale: la vendetta della virtù repubblicana sull’arroganza del potere. Condannato per corruzione e traffico d’influenze, punito con un rigore che la giustizia francese riserva solo a pochi, Sarkozy è diventato il simbolo di quella ossessione nazionale per la “moralizzazione” della politica che, dai tempi del Terrore, ha sempre avuto qualcosa di nevrotico.


Ma la Francia resta coerente: la stessa nazione che inventò la liberté si è sempre divertita a sorvegliarla. La liberté vigilata, in fondo, è il concetto più francese che ci sia — un modo per dire che la libertà è sacra, ma va amministrata con attenzione, e possibilmente con un giudice al seguito. Robespierre la chiamava “virtù repubblicana”, oggi la chiamano “garanzia della legge”. Il principio è lo stesso: la libertà sì, ma sotto controllo.


Sarkozy, dal canto suo, non è uomo da martirio. Non ha mai avuto l’indole del perseguitato, ma quella del sopravvissuto. È l’unico leader europeo che è riuscito a far sembrare la condanna una conferenza stampa, e la libertà vigilata un ritorno al potere. In questi giorni ha parlato poco, ma abbastanza per lasciare intendere che il sistema giudiziario francese non punisce i crimini, bensì le personalità ingombranti. Non a torto: la Francia, che non sopporta l’autorità ma adora punirla, da Luigi XVI in poi, ha trasformato la decapitazione simbolica in sport nazionale.


C’è una strana coerenza storica in tutto questo. Nel 1793 tagliarono la testa al re per affermare che nessuno è sopra la legge; nel 2025 applicano il braccialetto elettronico a un ex presidente per dire la stessa cosa. Solo che allora la folla gridava “Vive la République!”, oggi la folla scrolla su Le Monde. Eppure l’istinto è identico: quello di vedere nell’autorità un colpevole per definizione.


La liberté vigilata di Sarkozy è dunque una parabola politica perfettamente francese: l’ex potente che diventa lezione morale, l’uomo di Stato che finisce in nota a piè di pagina, il Napoleone dell’Eliseo che scopre che in Francia nessuno è davvero libero, nemmeno quando lo è.


Ma la verità è che il Paese che inventò la libertà non ha mai smesso di diffidarne. Forse è questo il vero lascito rivoluzionario. E Sarkozy, che voleva essere Bonaparte e si ritrova come Danton, lo sa bene: in Francia la libertà non si conquista, si negozia. E la rivoluzione continua, solo che adesso firma in tribunale invece che in piazza della Concordia.

 
 
 

Commenti


bottom of page