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Il “ritorno al popolo”: Bocchino racconta perché l’Italia è di destra

  • 8 set 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 16 set 2025

In “Perché l’Italia è di destra” (Piemme, 2023) Italo Bocchino compie un’operazione che va oltre il saggio politico: mette in scena un atto d’accusa contro la narrazione egemone che per decenni ha bollato la destra italiana come un incidente di percorso, un temporaneo scivolone della democrazia, un’anomalia destinata a sparire. Al contrario, scrive l’ex deputato, la destra è stata – e continua a essere – la scelta naturale, quasi fisiologica, del corpo elettorale italiano.


Non è un pamphlet improvvisato. Bocchino struttura la sua argomentazione attorno a tre date-cardine - 1948, 1994, 2022 - che non sono soltanto scadenze elettorali, ma fratture simboliche: nel ’48 l’Italia sceglie l’Occidente e rigetta il comunismo; nel ’94, dopo Tangentopoli, si riaffida a Berlusconi e alla destra di massa; nel 2022, con Giorgia Meloni, consacra il ritorno del popolo al centro della scena. Tre momenti diversi, un unico filo conduttore: quando il Paese è chiamato a decidere senza mediazioni, decide a destra.

Bocchino scava più a fondo e smonta la vecchia dicotomia destra-sinistra, sostituendola con un’altra polarità: sovranità popolare contro tecnocrazia. È questa, sostiene, la vera linea di faglia della Repubblica. La destra diventa così l’argine contro le “intermediazioni indebite” – partiti senza radici, governi tecnici senza mandato, élite intellettuali autoreferenziali – che hanno allontanato la politica dalla vita concreta delle persone.

Il pensiero sul populismo è il più interessante: Bocchino non lo tratta come insulto, ma come rivendicazione democratica. Populista non è chi semplifica, ma chi restituisce al voto il suo significato originario: decidere chi governa. Un’eresia per la cultura dominante, che preferisce l’equilibrismo dei salotti al rischio del consenso.

Ecco allora la sua requisitoria contro i governi tecnici degli ultimi trent’anni, da Amato a Monti a Draghi: “ferite aperte nella democrazia italiana”, parentesi in cui l’Italia ha delegato il potere a manager più graditi ai mercati che agli elettori. Ogni volta, ricorda l’autore, la reazione del popolo è stata la stessa: tornare a votare a destra, quasi per rimettere le cose a posto.

Non c’è solo la cronaca politica. C’è anche un’ambizione culturale, quasi metapolitica: rovesciare l’egemonia intellettuale che per decenni ha legittimato governi senza popolo e delegittimato quelli frutto del voto. In questo senso il libro è meno un saggio e più un manifesto di ribaltamento narrativo, un invito a leggere la storia repubblicana non con gli occhiali deformati dell’ideologia, ma con lo sguardo di chi prende sul serio le scelte degli italiani.

Alla fine resta la domanda, secca e provocatoria: può esistere la politica senza popolo? La risposta di Bocchino è netta: no. E il suo libro è il tentativo di dimostrarlo non con slogan, ma con la storia.
 
 
 

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