top of page

Falcone, Borsellino e la separazione delle carriere: perché usarli come argomento è un errore di metodo (e di onestà intellettuale)

  • 18 nov 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è un vizio profondamente italiano nel dibattito sulla giustizia: si evocano Falcone e Borsellino come se fossero clausole di chiusura, parole-chiave che blindano il ragionamento invece di aprirlo. La loro memoria diventa un dispositivo retorico: li si usa per legittimare tutto e per smentire tutto, a seconda delle convenienze. Ma c’è un problema, e non di poco conto: i due magistrati operarono dentro un sistema giudiziario che non ha più nulla a che vedere con quello attuale.


Falcone e Borsellino

Non si tratta di un dettaglio tecnico: è l’architrave del discorso. Falcone e Borsellino esercitarono la funzione requirente in un contesto pre-accusatorio, ibrido, ancora intriso della logica inquisitoria del Codice Rocco e solo sfiorato dalle prime timide aperture riformiste. Il pubblico ministero non era “una parte”, ma un organo dello Stato con funzioni che partecipavano, almeno in parte, alla stessa cultura del giudice. L’unità delle carriere rispondeva a un sistema che era unitario nella forma e nella sostanza.


Poi è arrivato il nuovo codice del 1988, che ha introdotto — almeno sulla carta — un processo di tipo accusatorio, costruito sul contraddittorio, sulla dialettica tra accusa e difesa, sulla centralità dell’udienza. Ma mentre cambiava il processo, non cambiò l’ordinamento della magistratura: il pubblico ministero ha continuato a condividere formazione, carriera, avanzamenti, cultura interna, perfino riunioni consiliari con chi avrebbe dovuto giudicare le sue tesi. È rimasta inquisitoria l’ossatura di ciò che avrebbe dovuto diventare accusatorio.


Oggi viviamo in un sistema spaccato: un processo che pretende la separazione e un ordinamento che la nega. È questa la contraddizione che la riforma prova ad affrontare. Ed è qui che evocare Falcone e Borsellino diventa intellettualmente scorretto da entrambe le parti: perché tanto chi sostiene la separazione quanto chi la avversa pretende di arruolarli in un dibattito che appartiene a un’altra epoca, con altre categorie, altri poteri, altre logiche. È come chiamare in causa un grande architetto medievale per giudicare un grattacielo: la statura morale resta immensa, ma il contesto tecnico è mutato troppo per trarne un argomento.


Falcone costruiva indagini dentro un sistema in cui il PM era una funzione pubblica quasi “super partes”; oggi il PM è — o dovrebbe essere — una parte in giudizio a tutti gli effetti. Borsellino lavorava dentro una magistratura che condivideva un ethos unitario; oggi quell’ethos è logorato, diviso in correnti, segnato da logiche associative che nulla hanno a che vedere con il modello nel quale loro si muovevano.


Richiamarli per sostenere la riforma è arbitrario quanto richiamarli per osteggiarla.

Entrambe le operazioni tradiscono la complessità del presente e la memoria del passato.


Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che la realtà si guarda in faccia. E la realtà, oggi, è che il sistema è cambiato molto più di quanto si voglia ammettere. Citarli come argomenti pro o contro è un atto di superficialità travestito da devozione istituzionale. La memoria non può diventare una scorciatoia argomentativa; è un dovere, non un pretesto.

 

Se si vuole onorare le figure di Falcone e Borsellino lo si può fare prendendo sul serio la Giustizia, senza timori, senza slogan e senza semplificazioni.

 
 
 

1 commento


Alessandra Monti
Alessandra Monti
18 nov 2025

Bravissima!!

Mi piace
bottom of page