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Eresia liberale: il manifesto scomodo di Alessandro Sallusti

  • 4 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 16 set 2025

Un'opera che intreccia autobiografia e analisi politica, raccontando dall’interno le sfide, le contraddizioni e le battaglie della destra italiana. Alessandro Sallusti si espone senza filtri, tra memorie personali, episodi giudiziari e riflessioni sul rapporto tra libertà, potere e informazione. Una lettura che scuote e invita a pensare controcorrente.


Provocatorio, diretto, senza maschere. Eresia liberale non è un semplice libro, è una sfida lanciata al conformismo culturale e politico che domina il dibattito italiano. Alessandro Sallusti, penna pungente e volto noto della destra, mette da parte le comode etichette di opinionista per raccontarsi senza filtri, andando dritto al cuore delle contraddizioni della nostra democrazia. Non un’operazione di comodo, ma un viaggio intensi che intreccia memoria personale e battaglia delle idee.
Il volume è costruito infatti come un percorso che alterna il vissuto privato alla riflessione politica. Da un lato i ricordi familiari e le vicende personali, che danno profondità e calore umano; dall'altro, le analisi schiette e spesso provocatorie sulla galassia culturale e politica che ruota intorno alla destra, italiana e non solo. Sallusti porta dentro la pagina la sua storia: l'arresto per omesso controllo, i conflitti con la magistratura, i momenti di rottura con l'establishment. Tutti episodi autobiografici che diventano l'occasione per un discorso più ampio sul rapporto tra libertà individuale, potere e informazione.
Alessandro Sallusti
Alessandro Sallusti
Tra le pagine più forti c'è, per l'appunto, il racconto del suo arresto nel 2012: un'esperienza dolorosa, che lo segna e che interpreta come un simbolo di come la libertà di stampa possa essere messa in discussione anche in una democrazia occidentale. Non è solo un fatto personale: per Sallusti quell'episodio diventa l'emblema di un sistema che spesso non tratta tutti allo stesso modo. E forse tutti i torti non li ha.
In questa prospettiva, un capitolo cruciale è quello dedicato a Silvio Berlusconi e al suo lungo scontro con la magistratura. Sallusti rievoca quegli anni non solo come cronista, ma come testimone diretto di un conflitto che ha inciso profondamente sulla destra italiana. Ai suoi occhi, i processi che hanno colpito Berlusconi non furono soltanto vicende giudiziarie, ma episodi di una battaglia politica combattuta nelle aule dei tribunali. La parabola del leader di Forza Italia diventa così il simbolo di una destra che spesso ha visto messo in discussione il proprio consenso non tanto nelle urne, quanto attraverso la giustizia. Un destino che Sallusti lega anche alla sua esperienza personale, ritrovandosi a vivere sulla propria pelle quella stessa sensazione di accanimento.
La forza del libro sta nella sua capacità di smontare i luoghi comuni. La destra viene spesso descritta come un blocco monolitico e semplificato; qui, invece, appare come un universo contraddittorio, fatto di visioni divergenti, di battaglie vinte e di ferite ancora aperte. Sallusti la racconta dal di dentro, senza filtri, con lo stile che lo contraddistingue: diretto, urticante, ma mai neutro.
A proposito del suo ruolo di voce dall'interno, intenso è anche il ricordo del suo rapporto con Oriana Fallaci, figura che Sallusti considera una maestra e una fonte di ispirazione. Non tanto per l'appartenenza politica in senso stretto, quanto per il coraggio di dire ciò che si pensa senza piegarsi al conformismo. Nel libro emergono episodi, incontri e dialoghi che mostrano come la Fallaci sia stata una persona talvolta spigolosa, soprattutto con Sallusti che nel libro parla del periodo della sua vita in cui è stato suo segretario, "sopportando" se cosi si può dire, quella donna così coraggiosa ma altrettanto austera, che guardava tutti con una certa diffidenza. Ma forse è stato proprio quello che ha contribuito a rafforzare in lui la convinzione che il giornalismo non debba mai essere "compiacente", ma scomodo, diretto, capace di andare controcorrente. In questo senso, la Fallaci diventa per Sallusti non solo un modello professionale, ma anche un simbolo di quel pensiero critico che la destra italiana ha spesso incarnato in opposizione ai dogmi culturali dominanti.
Si avverte il gusto di un narratore che non cerca il compromesso, ma preferisce l'onestà cruda della parola. Eresia liberale non è un manuale di teoria politica, e nemmeno vuole esserlo: è un racconto che mescola vita e idee, offrendo al lettore uno sguardo dall'interno su un mondo spesso raccontato solo dall'esterno. Ed è proprio in questa fusione tra biografia e storia politica che il libro acquista spessore: le vicende personali diventano il prisma attraverso cui leggere la parabola della destra italiana. Non una narrazione fredda e distaccata, ma un diario vissuto sulla propria pelle, che mostra come la politica non sia solo ideologia, ma vita quotidiana, rischi corsi e scelte personali. In questo sta la sua forza: nel restituire la dimensione umana e autentica di una posizione politica, dando voce a un sentire che raramente trova spazio nella narrazione dominante.
È un libro che si legge tutto d'un fiato, perché nasce da un'urgenza personale, e proprio per questo riesce a trasmettere passione e immediatezza. In un panorama giornalistico dove spesso si preferisce seguire il vento del mainstream piuttosto che sfidarlo, Eresia liberale appare come un atto di coraggio. Sallusti non si piega, non addolcisce e non si traveste: racconta quello che pensa, anche a costo di risultare scomodo. E in tempi come questi, in cui la voce fuori dal coro è sempre più rara, viene da dire senza esitazione: salvate il soldato Sallusti.
 
 
 

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